Bianca (1984)

Foto post 6 (3)Inguaribile individualista (“Io sono un autarchico”), narcisistico ex-sessantottino senza pace (“Ecce Bombo”), nevrotico regista incompreso (“Sogni d’oro”), Michele Apicella è ormai, nel 1984, il perfetto alter ego di Nanni Moretti, il personaggio che ne assorbe manie, ossessioni e vezzi in una proiezione ideale di uno dei cineasti più promettenti della sua generazione. Rischia però anche di esasperarne i limiti: l’autoreferenzialità, il compiacimento egocentrico, insomma tutto ciò che Dino Risi sintetizzerà nella sua fulminante battuta “Nanni, spostati, ché devo vedere il film…”.

A complicare le cose al regista romano c’è anche quel fastidioso dettaglio di nome “incassi”. Il pur geniale “Sogni d’oro” non è stato propriamente un successo e anche i produttori sono diventati improvvisamente evasivi. Passano tre anni prima del nuovo film, il terzo da professionista. E stavolta il rischio di bruciarsi e di mandare tutto al diavolo (incluso il “pubblico di merda”) è concreto. Michele Apicella (dal cognome della madre di Moretti, Agata Apicella) stavolta deve fare uno scatto. Superando l’autarchia dei Super 8 e confrontandosi, in mare aperto, con il cinema.
“Bianca” sarà proprio questo: il primo vero film “scritto” di Nanni Moretti, oltre che l’unico a confrontarsi esplicitamente con i codici di un genere, nella fattispecie il giallo, seppur utilizzato come mero pretesto narrativo. Ad affiancarlo nel progetto, colui che oggi è uno dei più ricercati sceneggiatori italiani, Sandro Petraglia, e che all’epoca era solo l’emergente co-autore di “Nessuno o tutti” (insieme al suo futuro sodale Rulli, ad Agosti e a Bellocchio).
L’intuizione di “Bianca” è quella di allentare il vincolo autobiografico di Apicella con Moretti, calandolo in una storia sì surreale, ma mai così strutturata e coerente, senza tuttavia disperdere quella vena di follia e di disperato moralismo – la sfida alla mediocrità e all’egoismo, l’impossibilità di essere felici, l’incomunicabilità – che hanno sempre accompagnato il cinema del regista romano. In un certo senso, anzi, la metamorfosi di Michele Apicella in mostro, già grottescamente incarnata dal “licantropo” della scena finale di “Sogni d’oro”, si compie qui definitivamente, fino all’ultimo stadio del crimine e dell’assassinio.

Al situazionismo giovanile, dunque, subentra il racconto, alle macchiette il personaggio a tutto tondo, sfaccettato e contraddittorio, del professor Apicella, docente di Matematica neo-assunto presso l’improbabile Istituto sperimentale Marilyn Monroe, una parodia del post-modernismo scolastico, con il ritratto di Dino Zoff al posto di quello del Presidente della Repubblica, con un apparato edonista (erano pur sempre gli anni 80…) di bar, juke-box, slot-machine, flipper, pista policar, e soprattutto con i suoi bizzarri insegnanti: da quello di Storia, impegnato in deliranti dissertazioni sociologiche sulle note de “Il cielo in una stanza”, all’intimidito professor Vassallo, oggetto delle proteste smodate degli studenti, dal farneticante preside fino al “freudiano” psicologo (dei docenti, naturalmente), interpretato dal padre del regista, Luigi. Ma se la scuola è un microcosmo oppressivo e desolante, a illuminare la grigia esistenza del protagonista, sarà proprio Bianca, la giovane professoressa di francese, cui presta il volto una meravigliosa Laura Morante.
Il cuore della storia, però, più che nel rapporto-innamoramento tra Apicella e Bianca, sta nella impossibilità per il protagonista di pacificarsi al cospetto dei rapporti umani, sempre imperfetti, meschini, effimeri. “La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora: se c’è, dev’essere assoluta”, teorizza Moretti/Apicella. Portando il ragionamento alle estreme conseguenze: lo stesso amore, senza la prospettiva dell’eternità, è solo un insopportabile fardello, per questo alla fine, dopo un assurdo, ossessivo corteggiamento, respinge le attenzioni di Bianca, per questo non accetta l’imperfezione nelle relazioni tra gli amici, che osserva e scheda morbosamente: tra Massimiliano e Aurora, colpevole di avere un amante, e tra Ignazio e Maria, che passano dalla separazione allo scandaloso regime di “coppia libera”, in coabitazione con i partner avuti nel frattempo. La felicità è una cosa talmente seria che non consente leggerezza neanche a un flirt tra studenti (Matteo e Martina, gli unici che, paradossalmente, alla fine coroneranno il loro amore sposandosi).
Il “moralista” Moretti, in un certo senso, suggella qui il suo riflusso post-sessantottino, puntando l’indice contro alcuni residui di quella stagione – il permissivismo a oltranza, il disimpegno amoroso – in nome di una ritrovata (e utopistica) esigenza di purezza e di profondità.

“Bianca” così – a dispetto del nome – è un film tutt’altro che monocromatico: oltre al giallo dello spunto narrativo, infatti, aleggiano i colori cupissimi del noir e del dramma, ma anche quelli più accesi della commedia, a volte persino brillante: non è azzardato dire che sia il film più “divertente” di Moretti, quello più ricco di battute, come quella celeberrima della Sacher Torte (che influenzerà il frasario di tre decenni), quelle sulle scarpe, sui ricci che non bastano a risolvere i problemi, sul macellaio che tiene da parte i pezzi migliori e sulle piante insaziabili d’acqua, oltre al famigerato barattolo gigante di Nutella e a tutte le situazioni esilaranti nel circo della “Marilyn Monroe”.
A suggellare la riuscita del film è anche la preziosa colonna sonora, a cura dell’ottimo Franco Piersanti, con inserti di alcuni beniamini morettiani, come Caterina Caselli e Franco Battiato.
Esasperando fino all’estremo della follia omicida il senso di frustrazione e di solitudine che ha sempre caratterizzato i suoi personaggi, Moretti in realtà si svincola dal laccio che rendeva “autarchico” il suo cinema, sia in quanto auto-referenziale, sia in quanto mero spaccato generazionale: al microcosmo dei reduci sessantottini, infatti, succede una galleria d’umanità varia, in cui si confermano alcuni suoi amici-attori delle precedenti prove ed emergono le figure di Bianca e dello sconsolato commissario, un eccellente Roberto Vezzosi. E non è un caso se Apicella arriverà a dire: “Io mica lo so cos’è la mia generazione”, la conclusione più paradossale per il più “generazionale” dei registi.
Attraverso la figura paranoica, criminale e al tempo stesso “sacrificale” – sull’altare della delusione e dell’infelicità – di questo novello Raskolnikov (non sono poche le allusioni a “Delitto e castigo” di Dostoevskij, incluso il commissario, versione umana e perdente dell’implacabile giudice Porfirij) Moretti dà così voce a sentimenti ed emozioni universali, così come continuerà a fare con Don Giulio, protagonista del successivo, e altrettanto memorabile, “La messa è finita”. E totale e apocalittica è anche la confessione finale di Michele ai poliziotti che lo stanno trasferendo in carcere: “È triste morire senza figli”. Da gelare il sangue più di una scena splatter.

Da ondacinema.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Seguici

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

unisciti agli altri: