Ossessione (1943)

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Giovedì 27 MARZO Fedora presenta al suo cineforum OSSESSIONE, capolavoro italiano di Luchino Visconti. Per entrare nel film, ripercorriamo le tappe della sua genesi attraverso l’esaustiva analisi di cineclub.it

Al cinema mi ha portato soprattutto l’impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per sé stesse. Il cinema che m’interessa è un cinema antropomorfico. Di tutti i compiti che mi spettano come regista, quello che più mi appassiona è dunque il lavoro con gli attori; materiale umano con il quale si costruiscono questi uomini nuovi, che, chiamati a viverla, generano una nuova realtà, la realtà dell’arte.”

Con questo suo scritto, apparso nel settembre 1943 sulla rivista “Cinema” di cui era tra i redattori, Luchino Visconti espone una sorta di suo manifesto di quella corrente di cinema denominata “Neorealismo” alla quale, l’anno precedente, con la sua opera prima, “Ossessione”, il regista aveva aperto i battenti. È infatti proprio per “Ossessione” che, stando ad una testimonianza dello stesso Visconti, il termine “Neorealismo” venne coniato dal montatore del film Mario Serandrei, anche se altre pellicole come “Quattro passi tra le nuvole” (1942) di Blasetti o “I bambini ci guardano” (1943) di De Sica condividono l’importanza di aver posto le basi per quella che è stata una delle fasi più importanti per il cinema italiano. Tra gli sceneggiatori compaiono, oltre allo stesso Visconti, gli altri intellettuali che assieme a lui, redigevano la già citata rivista “Cinema” : Gianni Puccini, Giuseppe De Santis, Mario Alicata e che, oltre a idee, seppure velatamente di sinistra, nutrivano un sincero amore per il cinema francese del cosiddetto “realismo poetico” (Renoir, Carné, Duvivier) al cui stile attinsero in parte per il nostro cinema Neorealista.

Dopo aver tentato invano di realizzare un film tratto da “L’amante di Gramigna” del Verga, e dopo aver dovuto rinunciare per l’avversione della censura fascista, decisero di realizzare un’opera tratta da un melodramma “nero” dello scrittore americano James Cain, “Il postino suona sempre due volte”, che già aveva ispirato in Francia un bel Noir diretto nel 1939 da Pierre Chenal. E il testo di Cain giunge a Visconti trasmesso in una traduzione dallo stesso Renoir.

Il film “Ossessione” dimostra, fin dalla sua prima avvenuta nell’estate 1943, tutta quella carica innovatrice e rivoluzionaria che saranno proprie del cinema Neorealista. Innanzitutto il film non è più il manifesto di quell’ideologia piccolo-borghese che aveva contraddistinto tutto il cinema dei cosiddetti “telefoni bianchi”, ma osa per la prima volta raffigurare ambienti italiani con un realismo quasi documentario (in questo caso la bassa padana ed il ferrarese), con personaggi presi dalla vita di tutti i giorni, raffigurati con tutti i loro pregi e difetti. Si occupa di problemi psicologici pertinenti alle classi popolari, con toni realistici infinitamente più veri e umani di quanto era stato fatto dal cinema italiano fino ad allora. Tutto ciò per raccontare un road movie (altro elemento di rottura, estetico, stavolta) che ruota attorno ad una coppia di amanti maledetti che organizza l’omicidio del marito di lei.

Se, infatti, il “Neorealismo” rappresentò un modo diverso di guardare alla realtà umana attraverso il cinema, non va altresì dimenticato che tale visione della realtà viene sempre filtrata attraverso la sensibilità artistica del suo autore. Ecco così che Visconti immette nel suo film l’idea di una vita avventurosa e alla giornata contrapposta alla noiosa tranquillità piccolo borghese, di amori violenti ed istintuali che comprendono la seduzione e l’adulterio, di un totale rifiuto di una vita inquadrata in binari “normali” (non manca una figura, quella dello “spagnolo”, che può essere interpretata in chiave velatamente omosessuale) in una specie di visione “aristocratica di sinistra” della vita che lo stesso regista, di origini nobiliari, nutriva e che avrebbe poi improntato il suo cinema successivo. Naturalmente tutto il carattere innovativo, dirompente ed anticonformista dell’opera fu subito percepito e il film ebbe non pochi problemi di carattere censorio, tanto da venire subito pesantemente mutilato nell’estate del 1943, per poi uscire nuovamente in versione integrale solo all’indomani della Liberazione d’Italia.

Per Visconti “Ossessione” oltre che l’inizio del Neorealismo cinematografico, avrebbe significato anche il principio di una lunga e geniale carriera di regista in cui questo grande autore (nato non a caso come aiuto di Jean Renoir, regista che influenzerà non poco il suo cinema) porterà avanti con lucidità e grande estro creativo i suoi temi prediletti fino alla sua ultima opera “L’innocente” del 1975, uscita postuma.

Il romanzo di Cain, inoltre diventerà celebre ispirando, più o meno direttamente, numerosissime altre versioni cinematografiche (tra le più celebri quella con Lana Turner e John Garfield) ma quella di Visconti, con l’interpretazione più umanamente realistica di Massimo Girotti e Clara Calamai, resta, probabilmente, la versione più libera e geniale, quella dove la precisa estetica del suo autore trova con l’opera una sublimazione altrove raramente raggiunta.

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