Viaggio in Italia, Roberto Rossellini (1953)

Roberto Rossellini e Ingrid Bergman sul set di Viaggio in Italia (1953)

Roberto Rossellini e Ingrid Bergman sul set di Viaggio in Italia (1953)

 

– Dove siamo?
– Non te lo so dire.
 

Forse è proprio in queste due battute iniziali che è racchiuso il senso ultimo di Viaggio in Italia: due coniugi inglesi (Alexander e Katherine Joyce) sono in vacanza nel sud Italia, stanno tentando di raggiungere Napoli con l’automobile. Lei  (Ingrid Bergman) guida concentrata, facendosi largo tra la polvere delle strade dissestate di campagna, scansando a fatica i greggi di pecore ai margini della carreggiata. Lui (George Sanders), si guarda intorno spaesato, alla ricerca di un punto di riferimento che gli permetta di orientarsi lungo il tragitto. Non lo trova, e allora chiede aiuto alla moglie:  «Dove siamo?». Lei è stata attenta, probabilmente conosce la risposta, ma non ha alcuna intenzione di condividerla con il marito. E, stizzosamente, risponde: « Non te lo so dire». Fin da subito, il disorientamento espresso dai protagonisti sembra non essere solo fisico, ma assume tutti i connotati di uno smarrimento interiore: i due coniugi sono estranei l’uno all’altra, non si conoscono più, sono cambiate tante cose dai giorni felici della luna di miele e il viaggio che stanno compiendo insieme pare portare alla luce tutte le diversità che li separano. Un profondo senso di straniamento pervade tutto il film: straniamento interiore, causato dall’incomunicabilità tra i coniugi; straniamento nei confronti del paesaggio mediterraneo, mostrato in particolar modo dai turbamenti che colgono la Bergman in visita presso i musei e le rovine campane; straniamento verso gli altri personaggi che compaiono nella vicenda, nei confronti dei quali i protagonisti non riescono a maturare alcun senso di empatia.
La macchina da presa di Rossellini riesce a cogliere e a trasmettere in maniera compiutamente raffinata questo susseguirsi di sfumature: si sofferma sui volti, sugli sguardi, sulla gestualità, penetrando l’anima dei soggetti, in un viaggio che ben presto scopriamo essere un viaggio nella psiche dei personaggi.

Una vera novità per l’epoca. Un qualcosa di straordinariamente innovativo e inaspettato da parte del più neorealista dei registi italiani. Da Rossellini ci si aspettava il racconto della cruda realtà delle cose, senza fronzoli, con una fictio poetica ridotta all’osso, con un elevato impegno sociale, etico e morale. E invece il pubblico si trovò di fronte a tutt’altro: il film fu un disastro commerciale, critiche a pioggia piombarono sul regista e sugli attori protagonisti. In America rimpiansero la “Bergman  Hollywoodiana”. Solo in Francia qualcuno capì che si trattava di qualcosa di superiore: e non a caso furono i maestri dei Cahiers ad entusiasmarsi e stupirsi di fronte all’opera di Rossellini. Inaugurando la Nouvelle Vague qualche anno più tardi, avrebbero dimostrato di aver saputo cogliere l’imprescindibile lezione di Viaggio in Italia circa l’indagine psicologica dei personaggi, facendone oggetto di vera e propria innovazione culturale cinematografica. A dimostrazione di ciò, non possiamo non tenere in considerazione le celebri parole di Jacques Rivette, che nel 1955 affermò con decisione:

«Mi sembra impossibile vedere Viaggio in Italia senza sentire con l’evidenza di una sferzata che questo film apre una breccia, e che il cinema intero deve attraversarla per non morire»

In questo senso non è affatto un azzardo affermare che Viaggio in Italia è un film à la charnière di due poetiche. Si inaugura un filone, quello esistenziale ed introspettivo, che troverà anche in Antonioni terreno fertile per un’esplorazione ancora più profonda.

Esteticamente, la regia sembra essere affetta da un retaggio documentaristico che potrebbe mal conciliarsi con l’ambizione di scavare nei meandri dell’inquietudine umana. Eppure, le panoramiche dei siti archeologici, le carrellate sugli sguardi fissi e immutabili delle statue greco-romane finiscono per amplificare quel contrasto tra la quieta grandezza dell’epoca classica e la  problematica precarietà del contemporaneo che avanza. Il senso di alienazione provato in particolar modo dalla protagonista si accentua progressivamente. E sarà proprio la condivisione di quel disagio a far riunire la coppia (oramai sulle soglie del divorzio), quando, nel tumultuoso finale della processione di Maiori, entrambi si accorgono di essere totalmente estranei a quel mondo, di avere un mal comune da affrontare.

Difficile giudicare questa conclusione prescindendo dalla vicenda autobiografica che pure è stata d’ispirazione a questa storia. Si dice che all’epoca la coppia Rossellini – Bergman stesse vivendo una crisi del tutto simile a quella raccontata nel film e che la stessa Ingrid Bergman abbia provato disagio nell’interpretare un ruolo che tutto sommato ritraeva il suo reale straniamento nei confronti del compagno. Ad ogni modo, la riconciliazione finale, così improvvisa, frettolosa, potrebbe essere in contrasto con il resto del racconto, la cui naturale risoluzione sembrava essere la separazione. Oppure, ancora una volta, a vincere è la visceralità delle passioni, l’istinto che sopraggiunge e che porta gli individui ad unirsi nelle loro debolezze. Sono solo congetture, di cui non potremo avere mai conferma, e forse è giusto che sia così. E’ giusto godersi fino all’ultimo fotogramma di questo bianco e nero che sembra dipinto, più che filmato: l’eccezionale fotografia  di Enzo Serafin si concentra sull’ esaltazione dei chiaroscuri, in perfetta sintonia con l’andamento della storia: così sapientemente dosata e gestita, la luce riesce a cogliere tutto il non-detto e quel drammatico vuoto dato dalla recitazione straniata.

Non è affatto un viaggio solo fisico quello dei coniugi Joyce: è un viaggio interiore, una presa di coscienza dell’instabilità dell’esistenza, della fragilità dei sentimenti, della caducità della vita; e il fatto stesso che tutto ciò riesce a trovare una sintesi perfetta in inquadrature che hanno la finalità di raccontare uno stato d’animo più che una storia, rende Viaggio in Italia un irripetibile capolavoro della cinematografia mondiale.

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