Il Crepuscolo del “Saper Fare”: Dalla Téchne all’Epoca del Giudizio

di Luca D’Angelo

I. La Radice Ontologica della Tecnica La tecnica trascende la mera dimensione del “saper fare”; essa costituisce la cifra ontologica distintiva della presenza umana nel mondo. Per coglierne la reale portata, è imprescindibile risalire alla sua etimologia: il termine greco téchne (τέχνη) deriva dalla radice indoeuropea tek-, il cui spettro semantico spazia dal “tessere” al “costruire”, fino al più ampio “creare”. In prima istanza, la tecnica si configura come l’atto di edificare ciò che non sussiste in natura, avvalendosi tuttavia della materia che la natura stessa elargisce. È il veicolo mediante il quale un’idea astratta si concretizza, trasmutandosi in realtà tangibile.

Tuttavia, la tecnica non rappresenta un lusso accessorio, bensì un imperativo biologico. L’essere umano è, per sua costituzione intrinseca, un ente “carente”: privo di pelliccia per proteggersi, di artigli per la difesa o di ali per la locomozione. La tecnica interviene dunque per colmare tali lacune biologiche. Gli strumenti che forgiamo non sono semplici oggetti, ma vere e proprie “protesi”: estensioni artificiali del corpo che ci abilitano a compiere azioni altrimenti precluse alla nostra fisiologia.

II. L’Unità Perduta: Il Tecnico come Artista Nella sua accezione originaria, la figura del tecnico — inteso come “tecnico-artista” — deteneva una padronanza olistica del proprio operato, fondata su due pilastri epistemologici indissolubili:

  1. Il Perché (Teleologia): La conoscenza della ragion d’essere dell’oggetto, della sua finalità ultima e delle motivazioni sottese alla sua genesi.
  2. Il Come (Prassi): Il dominio intimo del metodo costruttivo e di ogni fase necessaria alla trasformazione della materia grezza in manufatto finito.

L’essenza della téchne emerge con chiarezza solo se posta in relazione dialettica con il suo opposto: la physis (la natura). Se la natura è autopoietica (si genera da sé), la tecnica è la facoltà di portare all’esistenza ciò che la natura non ha saputo o potuto generare. Non è un caso fortuito che i latini traducessero téchne con Ars: fino al Rinascimento, arte e tecnica erano sinonimi, due facce della medesima medaglia. È stata la modernità a imporre una scissione traumatica, separando l’artista (creatore del “bello”, sovente ritenuto inutile) dal tecnico (fautore dell'”utile”).

III. La Filosofia del Disvelamento Sotto il profilo filosofico, téchne significa letteralmente “far venire all’essere”. È l’atto squisitamente umano di disvelare ciò che rimarrebbe celato, portandolo alla luce attraverso la competenza e la regola. In origine, la tecnica non si configurava come il dominio cieco e violento della macchina sulla natura, bensì come la sollecitudine dell’artigiano che, conoscendo i segreti della materia, la “assiste” nell’assumere una forma.

IV. La Crisi: Dall’Automazione all’Oblio della Tecnica È tuttavia doveroso riconoscere che l’epoca attuale non riflette più tale nobile accezione della tecnica. Una cesura irreversibile si è consumata con la seconda rivoluzione industriale: da quel momento, la competenza del “saper fare” è stata progressivamente sottratta all’uomo e demandata alle macchine. Le professioni che un tempo richiedevano una profonda comprensione preliminare sono divenute semi-tecniche; l’uomo ha mantenuto la supervisione, delegando però l’esecuzione e lo sforzo all’apparato meccanico. Abbiamo dunque abitato, fino a un recente passato, l’era dell’automazione della tecnica.

Oggi ci troviamo su un crinale storico e tecnologico estremamente delicato. Volgendo lo sguardo al passato, osserviamo l’automazione, dove la macchina restava uno strumento potente ma inerte senza il comando umano. Guardando al futuro, si profila l’annientamento della tecnica umana. Ci avviamo verso una delega totale che non riguarda più solo la forza lavoro, ma i processi cognitivi stessi, affidando la gran parte delle nostre mansioni alle Intelligenze Artificiali. L’Intelligenza Artificiale non va confusa con la robotica fisica: è essenzialmente codice, software capace di apprendimento adattivo. A differenza della vecchia automazione, esecutrice di ordini rigidi, l’IA genera soluzioni attraverso modalità che spesso sfuggono alla nostra stessa intelligibilità.

V. Conclusioni: L’Epoca del Giudizio È in questo frangente che il “fuoco prometeico” rischia di estinguersi. Lo scenario che si delinea non è un mero mutamento lavorativo, ma una profonda trasformazione antropologica. Stiamo transitando da un mondo in cui la tecnica è centrale per l’uomo, a uno in cui svanisce il senso stesso, o la volontà, di apprendere una tecnica. Se la macchina agisce e l’IA elabora il “come”, all’essere umano viene sottratto il privilegio della costruzione.

Cosa ci rimarrà, dunque? Non saremo più chiamati a “fare”, ma soltanto a giudicare. Il nostro ruolo si ridurrà a quello di arbitri finali di un risultato prodotto integralmente altrove, all’interno di una “scatola nera” dove il come e il perché sono divenuti ormai invisibili.

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