di Gaetano Fimiani
C’è stato un tempo in cui si pensava che la storia avesse un senso chiaro, ordinato, finalizzato. Una direzione che ci trascinava, anche inconsapevolmente, verso un fine ultimo: la salvezza, il progresso, la verità. Ma oggi questa idea non regge più. Non perché siamo diventati cinici o disillusi, ma perché la realtà che ci circonda è irriducibilmente complessa, contraddittoria, fratturata. Ogni tentativo di vedere un unico disegno globale, una trama coerente, rischia di essere un’illusione o, peggio, uno strumento di potere. Chi parla a nome della storia lo fa spesso per legittimare la propria posizione. Il “senso” della storia, così come l’abbiamo ereditato, è finito.
Non riesco più a pensare alla storia come a un tutto coerente e orientato. Le fratture sono troppe, i punti di vista inconciliabili. Ogni tentativo di ordinare ciò che accade in una narrazione globale mi appare ingenuo o sospetto: chi decide quale sia il filo conduttore? Chi ha il privilegio di stabilire che cosa ha valore e che cosa no? Vedo invece una molteplicità di racconti, una dispersione di prospettive che rende impossibile ogni sintesi definitiva. Eppure, questo non significa che il senso sia svanito del tutto.
Avverto, anzi, che il senso non può più essere un punto fisso, un fondamento da trovare una volta per sempre. Deve diventare qualcosa di più sottile, più mobile, più personale e insieme più relazionale. Non cerco più una verità che mi sovrasti, ma una verità che si costruisce con me, che mi attraversa. Il senso della mia vita, della mia esperienza, non lo trovo iscrivendomi in un sistema più grande, ma cercando di comporre i frammenti, di mettere ordine là dove regna l’interruzione, di dare voce a ciò che altrimenti resterebbe muto.
Non si tratta di rinchiudersi nella propria soggettività, come se tutto fosse ridotto a una visione privata. È piuttosto una forma di resistenza: contro la semplificazione, contro la violenza delle narrazioni totalizzanti, contro il cinismo che spesso prende il posto della speranza. Costruire senso è diventato per me un gesto quotidiano, fatto di attenzione, di connessioni, di scelte minime. È un’operazione narrativa, certo, ma non illusoria: è uno sforzo per dare continuità senza negare le discontinuità, per trovare un orientamento senza pretese di assolutezza.
Capisco ora quanto conti il linguaggio, il modo in cui parliamo di ciò che ci accade. La filosofia, in questo, ha avuto su di me un’influenza fondamentale: mi ha insegnato che non basta vivere, bisogna anche interrogare ciò che si vive. Ma non per trovare risposte definitive. Piuttosto, per restare fedeli alle domande. Perché le domande, più delle risposte, sono ciò che ci tiene aperti al mondo, agli altri, al possibile.
Non vivo in un tempo privo di senso. Vivo in un tempo in cui i sensi si sono moltiplicati, e questo moltiplicarsi è ambivalente: da un lato, offre più libertà, più vie d’uscita, più immaginazione; dall’altro, genera disorientamento, stanchezza, sovraccarico. Mi capita di percepire questa abbondanza non come ricchezza, ma come peso. Come se l’orizzonte fosse diventato troppo vasto per riuscire a scegliere davvero. In quei momenti, l’unico rimedio che conosco è il ritorno all’esperienza concreta, a ciò che vivo nel corpo, negli affetti, nelle parole scambiate con chi mi è vicino.
Anche il passato, che credevo archiviato, ritorna. Non come destino, ma come possibilità di reinterpretazione. La memoria non è un deposito immobile: è un lavoro. Posso rivedere ciò che ho vissuto alla luce di ciò che vivo ora. Questo mi ha insegnato qualcosa di essenziale: che il tempo non è lineare, non è solo accumulo. È uno spazio in cui il presente può modificare il significato del passato, e in cui il futuro non è dato, ma aperto.
Forse, a questo punto, dovrei ammettere che non ho rinunciato del tutto all’idea di redenzione. Non una redenzione religiosa, né storica in senso forte, ma una forma umana di riscatto: il gesto di trasformare ciò che pesa, che ferisce, che divide, in qualcosa che può essere riconosciuto, compreso, perfino condiviso. Se c’è un senso che ancora posso rivendicare, è questo: la possibilità che ogni frammento, anche il più oscuro, possa essere reinserito in una trama che non chiude, ma apre. Che non spiega tutto, ma che salva qualcosa.
Non sono più disposto a credere che ci sia una sola via, una sola verità, un solo modello. Ma non per questo credo che ogni via sia valida, ogni scelta equivalente. Alcuni legami contano più di altri. Alcune esperienze parlano con più verità. Alcune visioni, pur parziali, illuminano più profondamente. Vivere è anche scegliere quali eredità portare con sé, quali parole abitare, quali promesse mantenere.
Sento che abitare questa molteplicità senza smarrirsi è la sfida più radicale della mia generazione. Non possiamo più rifugiarci nell’unità perduta, ma non possiamo nemmeno galleggiare nell’indifferenza. Dobbiamo imparare a restare dentro il tempo con fedeltà e leggerezza, senza dogmi e senza cinismi. Forse è questa la nuova etica: non credere che tutto sia già deciso, né fuggire davanti all’incertezza, ma custodire quel poco di senso che ogni giorno si può costruire. Anche nella fragilità, anche nel dubbio.
Alla fine, non cerco una verità che mi renda sicuro. Cerco un modo di abitare il mondo che mi renda più attento, più aperto, più umano. E forse, in questa tensione tra ciò che non si può più credere e ciò che non si può smettere di cercare, risiede il cuore della filosofia – e anche, con ogni probabilità, della vita.
Questo articolo, scritto volutamente in prima persona, è dedicato a Natalia, a Ludovica, a Francesco, ad Antonia, a Luca, ad Antonio e Marco, a Luisa, e a quanti vorranno portare nel gruppo non chiudendosi nella propria soggettività.
Con un pensiero speciale per Carmela.