Affacciati dalle finestre della nostra mente, osservando il silenzio, rincontriamo noi stessi. 

di Luisa Di Filippo

Se immaginiamo la nostra psiche come una stanza buia, lentamente illuminata dalle luci dell’alba, non è difficile concepire il valore di ogni singolo dettaglio che, piano trova senso nei bagliori dei nuovi giorni, sorgendo nella nostra identità come il sole sulle tenebre. E se pensassimo che questo faro nella tempesta fosse la psicoterapia? I pensieri che tappezzano le pareti avrebbero una propria definita connotazione, non avremmo più l’esigenza di voltare lo sguardo dinanzi a quelli più crudi e dolorosi, complicati da elaborare. Potremmo concedere a noi stessi la possibilità di scegliere chi essere superando l’annullamento e il rifiuto del sé, causa, il più delle volte, della comparsa di disagi psicologici. Massimo Fagioli, celebre e rivoluzionario psichiatra, affermava che “l’io esiste fin dalla nascita e deve svilupparsi”. Ma come può un essere umano sottrarsi alla morsa dei contesti in cui cresce e vive, sviluppando realmente un “io” integro e sano, che non subisca il circolo vizioso del trauma? 

Le condizioni della società moderna ci spingono a fermarci, a riflettere sulle fragilità dell’essere umani, a ricalibrare le priorità del vivere. Di fatto, nell’epoca della connessione globale, del progresso tecnologico e dell’apparente benessere materiale, sempre più individui, in particolare i giovani, manifestano disturbi d’ansia, depressione e un senso diffuso di vuoto esistenziale. Ma perché, in una società più avanzata che mai, la sofferenza psicologica sembra essere così pervasiva? Uno dei principali fattori alla base di questa condizione è la pressione costante alla performance. Il filosofo Byung-Chul Han, nel saggio La società della stanchezza (2010), descrive l’uomo contemporaneo come un “soggetto prestazionale”, costantemente sollecitato a superarsi, a ottimizzare ogni aspetto della propria esistenza, dalla produttività lavorativa all’efficienza personale. Questo paradigma produce un “esaurimento silenzioso”, un affaticamento dell’anima, poiché ogni fallimento viene interiorizzato come colpa personale. In una società che celebra l’autonomia, ammettere le proprie fragilità – anche solo a seé stessi – genera senso di colpa. Parallelamente, l’iperconnessione digitale amplifica il confronto sociale, le vite perfette mostrate sui social network agiscono come specchi deformanti che alterano la percezione di sé e ci allontanano non solo dai noi stessi, ma gli uni dagli altri. Le giovani generazioni sono esposte costantemente a standard irraggiungibili di bellezza, successo e felicità. L’effetto distruttivo è lo sviluppo di un senso di inadeguatezza cronico. Questo tema era già stato intuito da Søren Kierkegaard nel XIX secolo: nel Il concetto dell’angoscia (1844), il filosofo analizza l’angoscia esistenziale come tratto connaturato alla libertà umana, ma anche come un sintomo della disconnessione tra l’individuo e il proprio sé autentico.

La società moderna, orientata alla produttività e al consumo, sembra aver smarrito i luoghi del silenzio, della riflessione e dell’ascolto interiore. Viktor Frankl, psichiatra e sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, nel suo celebre libro Man’s Search for Meaning (1946), sosteneva che l’uomo ha un bisogno essenziale di attribuire un senso alla propria vita. Quando tale senso manca, subentra il “vuoto esistenziale”, spesso alla radice della depressione. La crisi del trascendente, l’erosione dei legami familiari e comunitari e la precarietà lavorativa contribuiscono ad alimentare quella che molti studiosi definiscono una vera e propria “epidemia di solitudine”. Il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato di “modernità liquida” per descrivere una realtà in cui le relazioni, le identità e i valori sono instabili, flessibili e frammentati. In un mondo in cui nulla è durevole anche la stabilità emotiva vacilla! Le nuove generazioni crescono in un clima d’incertezza permanente, esposte a un futuro indefinito e a un presente in continua trasformazione. 

La letteratura è da sempre un terreno fertile in cui la produzione artistica incontra e tratta il tema universale dell’inquietudine che alberga nell’essere umano. Per le arti tutte, ma in particolare per la poesia, tale condizione umana diviene, parafrasando Seneca, un’opportunità per “rivendicare il possesso di sé a sé stesso”; così, l’artista abbracciando le proprie fragilità parla ai più che, come lui, non trovano una dimensione nel mondo in grado di contenere gli universi interiori. Giacomo Leopardi, nella sua opera Il pensiero dominante (1831) e in molti passaggi dello Zibaldone(-), descrive un’anima tormentata dalla consapevolezza dell’infelicità intrinseca alla condizione umana. La sua visione “cosmica” del dolore non è solo poetica, ma soprattutto esistenziale: l’uomo moderno, come quello leopardiano, è schiacciato dalla continua tensione tra desiderio e realtà, tra la ricerca di senso e la constatazione del vuoto. Leopardi però, trova la sua “cura” accettando che solo grazie alla presenza dell’ostacolo (la siepe) egli è in grado di ricongiungersi all’infinito. Nell’opera La ginestra(-), una delle liriche più alte, filosofiche e intense della poesia italiana, nonché testamento spirituale di Giacomo Leopardi, egli suggerisce agli esseri umani di imitare il fiore che sa di essere fragile, eppure resiste e fiorisce ancora e ancora. La natura del fiore rappresenta la consapevolezza della propria debolezza ma allo stesso tempo il coraggio di vivere con dignità la propria condizione. Nell’amara verità che l’indifferenza è distruzione, Leopardi trova la possibilità di una grandezza morale: accettare il dolore, senza abbandonarsi al cinismo o al disprezzo, coltivando la solidarietà tra gli esseri umani. 

La poetessa Alda Merini ha saputo incarnare, attraverso la sua poesia, il dramma della sofferenza psichica; internata più volte in ospedali psichiatrici, Merini ha trasformato la sua esperienza in arte, in voce che rompe il silenzio. Nei versi di La pazza della porta accanto(1995), emerge una consapevolezza profonda: “Non cercate di prendere i poeti, perché vi scapperanno tra le dita…”, la sua scrittura è un atto di resistenza contro la disumanizzazione della malattia mentale, un inno alla forza del sentire. Merini ci insegna che è fondamentale restituire dignità al disagio psicologico! Non si tratta di debolezza, ma di un segnale: il corpo e la mente che chiedono ascolto. Come insegnava Michel Foucault, il concetto di “cura di sé” (ripreso dal pensiero greco classico) è un atto di resistenza e di consapevolezza. Prendersi cura della propria interiorità non è un gesto individualista, ma un modo per ricostruire una relazione sana con sé stessi e con il mondo. Andare in terapia non è un fallimento, ma un atto di coraggio. È la scelta di affrontare i propri nodi interiori, accompagnati da una figura professionale capace di offrire ascolto, strumenti e guida. La terapia psicologica non è solo un rimedio, ma un processo trasformativo che permette di riappropriarsi della propria voce, del proprio spazio, del proprio tempo.

Il disagio psicologico che attraversa la società moderna è un sintomo di profonde disfunzioni culturali, relazionali ed esistenziali. Filosofi, psichiatri, poeti e pensatori hanno da tempo messo in luce la fragilità della condizione umana e la necessità di non ignorare la sofferenza interiore. Come scriveva Leopardi nello Zibaldone: “L’uomo non è mai così grande come quando si riconosce piccolo.” È proprio in questa umile consapevolezza che si apre la possibilità di guarigione.

Come può la nostra interiorità fiorire pur sapendo che in qualsiasi momento potrebbe essere distrutta da questa incosciente società che noi stessi abbiamo creato? Leopardi ci dona una risposta: con lucida coscienza, gentilezza, tenacia silenziosa, come la ginestra che non sfida il vulcano ma lo abita, lo fiorisce, lo rende meno desolato. Mi piace pensare che questo brancolare nel buio, questo continuo precipitare, l’apparente perdita delle lanterne sul sentiero sia il principio di un viaggio meravigliosamente complicato alla fine del quale affacciati alle finestre dalla nostra mente, osservando il silenzio, rincontreremo noi stessi. 

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