Diario del lettore

Che cosa significa leggere? Cosa ci spinge ai libri? Cosa proviamo quando leggiamo?  Non ci sono risposte giuste o sbagliate a queste domande, perché ognuno vive un rapporto diverso e unico con la lettura. In questa rubrica proveremo a raccontare le varie sfaccettature che caratterizzano l’esperienza di lettura  cercando di definire e mappare il tipo di sensazioni che suscita un buon libro. 

di Marco De Simone

Lettore #3

Scrivere di cosa significa ed ha significato la lettura per me vuol dire parlare della mia vita e di come un bambino diventa adulto: nella lettura ho trovato la serenità e la gioia della poesia, il divertimento leggero dell’umorismo ma anche la consapevolezza di quanta sofferenza percorre la storia e la società.

 Alcuni giganti della mente e del cuore mi hanno iniziato alla vita.

A sedici anni ho letto la biografia di Albert Einstein (Einstein. La sua vita, il suo universo) scritta da Walter Isaacson: mai prima d’allora avevo provato tanta ammirazione verso un uomo in grado di comprendere e di immaginare il funzionamento dell’universo; è stata l’esperienza estetica migliore della mia vita, che mi ha insegnato l’umiltà e la consapevolezza dei miei limiti.

Successivamente, ho letto Un destino ridicolo e Non per un dio ma nemmeno per gioco, rispettivamente, unico romanzo e biografia del cantautore anarchico Fabrizio De André. 

“Quel modo tanto improbabile e sregolato di vivere alla ricerca di una libertà assoluta, incomprensibile ed estranea alle nostre spiegazioni, qualcosa che mi viene spontaneo chiamare Dio”; quel vivere di musica e poesia sempre “in direzione ostinata e contraria”, mi ha insegnato una lezione di vita fondamentale: un sogno ed un’ ambizione impossibili possono portare un uomo all’infelicità.

Ciò che più mi ha colpito durante la lettura è stato comprendere quanto coraggio sia necessario per creare la bellezza e difendere i propri ideali tramite la canzone e la poesia.

In quell’anno ho anche sperimentato la delusione data dalle aspettative tradite. Sin da bambino mi hanno incuriosito i cosiddetti “libri sacri”: ho deciso di leggerli, ma nei Vangeli e nell’Antico Testamento non ho trovato Dio, né bontà o amore, ma solo storie violente, lontane, improbabili e noiose.

Ma ancora non potevo immaginare quanto un singolo libro potesse incidere sulle idee e la vita: lo avrei imparato da Niente, e così sia di Oriana Fallaci. 

Grazie a lei ho scoperto che “niente quanto la guerra frantuma la dignità umana”, che il bene ed il male non sono come il bianco ed il nero o Dio ed il diavolo ma vivono in ognuno di noi. Essere uomo, un uomo giusto, è una conquista, una fatica, un rischio, che si corre giorno per giorno mentre si cerca di dare alla vita, a quel tempo che va dal momento in cui si nasce al momento in cui si muore, un senso che non sia dover morire.

Ci sono stati, poi, altri testi che hanno segnato la mia identità di lettore.

Gli scritti di  Luciano De Crescenzo, ad esempio, mi hanno trasmesso la leggerezza e l’umorismo tra filosofia ed aneddotica. Nel Canto di Natale dickensiano  ho poi trovato la consolazione favolistica d’un improbabile crescita interiore, mentre  attraverso le opere di sociologi (uno su tutti Marco Marzano, La casta dei casti) ho maturato la consapevolezza di quanto poco ci si possa fidare delle parole e quanto, di contro, contano  i fatti. 

Fondamentali, infine,  sono stati i libri di storia (su tutti la collana di Indro Montanelli sulla Storia d’Italia) rivelatori di un mondo complesso, confuso, violento eppure in qualche modo orientato al progresso e alla conoscenza.

Libro è, di fatto, una parola che racchiude tutto l’universo di quello che si dice “umano,” in quanto può assumere illimitati contenuti: può essere inno alla pace o alla guerra; invito alla superstizione e alla fede o alla ricerca e alla conoscenza; può essere il racconto d’un amore che nasce o che muore o la cronaca di un rapporto di amicizia.

Lettura è per me, invece, un morire e fiorire di sogni, una palestra di vita.

Foto di Slidebean su Unsplash

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