Diario del lettore

Che cosa significa leggere? Cosa ci spinge ai libri? Cosa proviamo quando leggiamo?  Non ci sono risposte giuste o sbagliate a queste domande, perché ognuno vive un rapporto diverso e unico con la lettura. In questa rubrica proveremo a raccontare le varie sfaccettature che caratterizzano l’esperienza di lettura  cercando di definire e mappare il tipo di sensazioni che suscita un buon libro. 

di Ludovica Stasi

Lettore #1

Un buon libro è l’armadio che apre le porte di Narnia, è la medicina senza controindicazioni, la buona amica sempre disponibile ad offrirti consigli e nuovi punti di vista, una dipendenza da cui non è necessario disintossicarsi. Appassionarsi alla lettura significa non saper smettere, avere la necessità di sentire le pagine tra le mani e l’odore della carta che si diffonde nelle narici. 

Io, per esempio, ho iniziato a leggere quando ero solo una bambina, spinta dai miei genitori e dall’ossessione per l’odore delle pagine stampate e  ricordo di essermi innamorata della lettura quando ho letto Pattini d’argento di Mary Mapes Dodge. Quella è stata la prima volta in cui sono riuscita a catapultarmi in un nuovo mondo, la prima volta che ho avvertito il desiderio di sapere come andasse a finire la storia,  come se fosse la mia. Perché, alla fine dei conti, è questo che succede ogni volta che si apre un libro: si vive la storia di qualcun altro, avvertiamo sulla nostra pelle le sue paure, le sue debolezze e le sue emozioni. Il risultato è qualcosa di magico. In certe occasioni mi capita di essere talmente sopraffatta dalle sensazioni che si scatenano in me, da sentire la necessità di sapere subito quello che succederà dopo; quindi, chiudo gli occhi e apro una pagina qualunque tra le successive per sbirciare, sperando di cogliere qualche parola o frase che possa aiutarmi a capire l’evoluzione della storia. Sembrerà strano, ma questo aiuta a tranquillizzarmi e a gestire le mie emozioni. A volte ci riesco, altre no e, in quei casi, vado a leggere direttamente la pagina finale, così da farmi un’idea di quello che mi aspetta. So che per alcuni questa potrebbe essere una follia, ma sono sicura di non essere l’unica e che ci sono altri lettori come me con questa abitudine. Perché lo faccio? Generalmente odio le sorprese e mi piace tenere tutto sotto controllo, soprattutto a livello emotivo. E poi, mi ritengo una lettrice fin troppo curiosa, oserei dire avida. Quando inizio una lettura riduco le uscite per concentrarmi sul libro, e quando non rimango a casa a leggere penso a come potrebbe continuare la storia, a quali potrebbero essere gli scenari possibili.  Questa potrebbe anche non essere una cosa positiva per diversi motivi. Per esempio,  la lettura smaniosa mi porta spesso a tralasciare alcuni dettagli molto importanti per capire il quadro d’insieme del testo. Proprio per questo tendo a leggere un libro almeno due volte: la prima lettura è più immatura e istintiva, spinta dalla curiosità; la seconda, invece, è attenta e ragionata,  volta a cogliere il significato nascosto dietro la storia raccontata, a conoscere nuovi aspetti della vita e nuovi punti di vista. Ovviamente, questo non vale per tutti i libri, ma solo per quelli che veramente mi appassionano e mi trascinano nella loro realtà. Il coinvolgimento che traggo da un libro dipende da tanti aspetti, ma credo che ci siano dei libri adatti a momenti particolari  della nostra vita. Per esempio, durante la quarantena ho riscoperto moltissimi libri che non ero riuscita a leggere precedentemente, ma che in quei mesi sono stati la mia linfa vitale. Tra tutti, voglio citare Venuto al mondo di Margaret Mazzantini che mi ha trasportato nell’orrore e nella distruzione della guerra. Oppure, L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel che mi ha rivelato quanto l’ignoranza, la superstizione e il pregiudizio possano  rendere le persone cattive anche dinanzi all’innocenza dell’infanzia. 

Foto di Henry Be su Unsplash

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