Roccapiemonte: tra desiderio di partenza e nostalgia del ritorno

Un paese ci vuole,
Non fosse che per il gusto
di andarsene via.
Un paese vuol dire
non essere soli,
sapere che nella gente,

nelle piante,
nella terra
c’è qualcosa di tuo,
che anche quando non ci sei
resta ad aspettarti.

Cesare Pavese

di Natalia Zambrano

Quando nel 2017 lasciai Roccapiemonte, per studiare nella Capitale, feci una delle scelte più difficili e sconvolgenti della mia vita. Pur avendo frequentato solo elementari e scuole medie in paese e nonostante durante l’adolescenza avessi sempre preferito vivere in altri ambienti, città più grandi, non avevo ancora provato la sensazione di lasciare la mia casa e la mia terra. Eppure ricordo come fosse ieri la trepidante voglia di fuggire da Rocca e dalle sue più piccole frazioni, Casali e San Potito. Quel desiderio che esprimevo con ardore ogni volta che, durante dei viaggi di famiglia, mi capitava l’occasione di lanciare una monetina nella fontana di Trevi. Ai miei occhi, Roccapiemonte era troppo piccola per contenere tutti i miei sogni e le mie ambizioni, troppo lontana da tutto ciò che mi incuriosiva del mondo. Mi sembrava fosse ferma in un tempo lontano, con le sue strade strette e dissestate, i suoi vicoli angusti e gli edifici fatiscenti. Ma ciò che più detestavo, dal profondo del mio cuore, era quell’atmosfera da paese, quel chiacchiericcio continuo e quello sfiancante interesse per l’altro, mosso spesso da invidia e frustrazione. Non ho mai tollerato le malelingue e i pettegolezzi, né mai comprenderò come un essere umano possa gioire delle disgrazie altrui. Ma ciò che più mi lasciava attonita era l’ambivalente senso di comunità che, allora come oggi, vige a Roccapiemonte: se da un lato apprezzavo il campanilismo rocchese, quel sentimento di appartenenza radicato nel cuore dei cittadini, dall’altro provavo un crescente senso di frustrazione per questo atteggiamento usuale che induce numerosi abitanti di Rocca, in particolare i giovani, a frequentare poco gli ambienti al di là dei confini del paese. E’ insolito (anche se non dovrebbe esserlo) infatti trovare un rocchese che esca abitualmente con persone che non siano suoi compaesani e che viva al di fuori delle dinamiche di gruppo. Questo pensiero, nella me adolescente, ha sempre suscitato un senso di disprezzo verso questi comportamenti che lasciavano poco spazio alla crescita individuale. Dal mio punto di vista, tenendo ben presente le complessità del mondo a noi contemporaneo, è inaccettabile non aprirsi al nuovo, al diverso, all’ignoto. 

Ma il giorno in cui ho lasciato Rocca per davvero, non mi sono sentita poi così leggera: avevo paura. Stavo abbandonando quel luogo che tutto sommato mi aveva permesso di vivere protetta, e ad un tratto quella gabbia dorata in cui temevo di restare intrappolata, non mi sembrò più così angusta. Non baratterei questi anni trascorsi a Roma per tornare qui, né vedo il mio futuro a Roccapiemonte. Ad oggi, però, guardo Rocca con occhi diversi. D’un tratto, le strade del centro con i loro sanpietrini mi appaiono così caratteristiche. In quei cortili angusti, mi sembra di scorgere il retaggio di suggestive storie e tradizioni. Le case del centro, “da piccolo mondo antico” (per dirla alla Fogazzaro), sono diventate le silenti custodi della memoria collettiva. L’eleganza di villa Ravaschieri, ospite di personaggi  illustri, così come le pietre della rocca S. Quirico, sono le vestigia di una storia ormai passata, che tuttavia smuove ancora l’interesse di questo paese. Persino i signori che presiedono ogni giorno davanti ai bar, oggi mi sembrano una simpatica cartolina degli anni ’60.  Rocca e i rocchesi, con tutte le loro contraddizioni e i loro colori, appaiono ai miei occhi come una realtà che se pur cerca di avanzare nella modernità, custodisce fieramente tracce indelebili del suo passato. Certo è che alcune pratiche sono dure a morire e che la socialità rocchese risente sempre delle tipiche “beghe da cortile”, che, oggigiorno, si sono riversate nell’ agone politico cittadino. Mi piacerebbe invece che tutta quella energia fosse incanalata per creare più iniziative culturali comunitarie e che fosse spesa per valorizzare davvero questo paese e i suoi abitanti.

 “A Rocca tutti sanno tutto di tutti” è una frase che prima ricusavo senza possibilità di appello, ma in cui oggi leggo non più solo la tossicità. Essa è la carta d’identità di questo paese in cui, nel bene e nel male, nessuno viene lasciato solo. 

articoli correlati

Fedora: undecimo anno adveniente

di Gaetano Fimiani Nell’articolo 27 della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo il viatico del nostro dire: Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita […]

Recensione: Sono tornato per te, di Lorenzo Marone

di Antonio De Simone Sono tornato per te è un romanzo storico dal tono sentimentale ambientato durante il periodo fascista e durante la Seconda Guerra […]

Diario del lettore

di Luca D’Angelo Lettore #4 Quando mi ritrovo dinanzi a un libro incomincio ad ipotizzare quale sia il suo contenuto a partire dalla sua fisicità, […]
chevron-downarrow-left