Abitare sé stessi: identità e omologazione nella società dell’immagine.

di Luisa di Filippo

La città si sveglia lentamente, come un volto che emerge dalla penombra. Le serrande dei negozi salgono, una dopo l’altra, come un’orchestra che accorda gli strumenti prima di entrare in scena. Gli autobus attraversano le strade ancora vuote, nelle vetrine illuminate rimangono sospese immagini di corpi, sorrisi e vite perfette. Sono ovunque: sui cartelloni, sugli schermi, nei riflessi dei vetri. Viviamo immersi in immagini che ci osservano più di quanto noi osserviamo noi stessi. E così, senza accorgercene, finiamo per barattare la nostra unicità pur di sentirci parte di qualcosa, pur di non vivere agli estremi. Quanto l’inclusione si discosta dall’omologazione?  Ogni mattina milioni di persone compiono lo stesso semplice gesto: aprono il rubinetto, raccolgono l’acqua tra le mani, si lavano il viso e sollevano lo sguardo verso lo specchio. Un gesto abitudinario, che nasconde un mondo intero. Dietro quel riflesso, invisibile agli altri, si muove qualcosa di più profondo: il modo in cui una persona ha imparato a pensare sé stessa. Questa mattina mentre la città leva i primi gemiti, quattro persone stanno compiendo questo gesto. I loro sguardi non si sono mai toccati, non si conoscono, eppure combattono, ogni giorno, la stessa silenziosa battaglia. 

Gregor ha diciannove anni, l’acqua scorre nel lavandino mentre lui si piega in avanti e si sciacqua frettolosamente il viso; le gocce cadono sul bordo della ceramica e raggiungono il freddo pavimento del bagno. Sollevando la testa per asciugarsi, incontra il suo riflesso e rimane immobile. Inclina appena il corpo, osserva il modo in cui la maglietta cade sul petto, la linea della pancia, le spalle. Gregor non vede un corpo sospeso tra l’adolescenza e l’età adulta, che nessuno per strada noterebbe. Gregor non pensa a cosa significa avere a cuore la propria salute; lui guarda quel riflesso con lo sguardo che ha imparato. Uno sguardo costruito lentamente: tra fotografie filtrate, corpi scolpiti che scorrono sullo schermo, battute leggere degli amici che restano nella memoria più a lungo di quanto si vorrebbe. Così lo sguardo furtivo si posa sulla splendente ceramica del gabinetto, dura un istante, come si guarda qualcuno che custodisce un tuo segreto. Gregor si raddrizza, ciò che intravede nello specchio è la sensazione di essere osservato anche quando è solo, di essere misurato da uno sguardo invisibile. Trattiene il respiro. Chi vive nel giudizio degli altri impara presto a respirare poco, a vivere in apnea. Prende lo zaino, spegne la luce, esce. Deve andare all’università, la città è sveglia. 

In un appartamento poco distante, un’altra luce si accende. Emma ha quarantasette anni. Il bagno è silenzioso, apre il rubinetto e l’acqua cade nel lavandino con un suono pieno e costante. Si bagna il viso lentamente, mentre si asciuga cerca con lo sguardo la crema anti-age che ha acquistato guardando quella pubblicità che prometteva di ringiovanire la pelle di almeno dieci anni. Si accorge che è quasi finita, viene colta da una strana sensazione: è paura, è controllo. Fissa i suoi occhi allo specchio, tocca le pieghe che li incorniciano, la nostalgia dello scorrere delle stagioni l’attanaglia. Ricorda quando il suo volto era diverso, non perché più bello, ma perché non lo osservava con tanta attenzione. Ora ogni gesto sembra portare il peso di un confronto silenzioso: l’idea ostinata e tiranna che la bellezza debba restare immobile. Eppure, la vita non lo è mai stata. Le tornano alla mente le risate lunghe a tavola, le notti in bianco ad accudire i figli, i viaggi improvvisati e i dispiaceri che l’hanno resa forte. Il tempo non ha soltanto cambiato il suo volto, lo ha riempito. Ma questo, nello specchio, si vede poco. Emma spegne la luce ed esce dal bagno. 

Dall’altra parte della città, Achille si pettina davanti allo specchio. Il gesto è rapido, automatico. Ma quando la mano passa sopra la testa, rallenta, le dita incontrano uno spazio diverso da quello che ricordava. Achille si avvicina allo specchio, inclina la testa, cerca la giusta luce, l’angolazione migliore. Negli ultimi mesi ha imparato a farlo senza pensarci: cambiare pettinatura per mascherare l’accenno di calvizie, come se bastasse a fargli cambiare prospettiva, nascondersi per accettarsi. Achille vede sfumare, in quella perdita, l’occasione di incontrare una donna attraente ed il suo fascino abbandonarlo a poco più di trent’anni. In realtà l’unica cosa che sta perdendo è l’idea di sé. Achille abbassa lo sguardo, prende la giacca e si dirige verso la porta.

In un altro quartiere della città, Lolita chiude il rubinetto del bagno. Ha ventisette anni. Si passa le mani tra i capelli ancora umidi e guarda il proprio riflesso. Il suo volto non tradisce stanchezza, i suoi occhi sì. Ha imparato presto che uscire di casa significa essere guardata, e troppo spesso fissata. Che camminare in certe strade, a volte, significa fare lo slalom tra gli sguardi pesanti di certi uomini. I commenti gridati da una macchina che rallenta, i fischi che arrivano dal marciapiede opposto, gli sguardi che non si fermano al volto. All’inizio li ignorava, ora si chiede se sia colpa sua. Forse è come si veste? Forse il modo in cui cammina? Davanti allo specchio inclina la testa, osservando il modo in cui la camicia cade sul suo petto, per un attimo pensa di cambiarla, poi si ferma. E se fosse l’immagine che gli altri hanno deciso di costruire attorno al suo corpo ad essere sbagliata? Decide di non cambiare la camicia, ma prende un cardigan perché non ha voglia di rifiutare, ancora una volta, le avance del collega con cui condivide la postazione di lavoro. Prende la borsa, spegne la luce ed esce. La città è in fermento, tutti gli ingranaggi del sistema sono al loro posto, l’illusione può cominciare. Baudelaire diceva: “La folla è il suo elemento, come l’aria per l’uccello, come l’acqua per il pesce. La sua passione e professione è sposare la folla. Per il flâneur perfetto, per l’osservatore appassionato, è un immenso piacere fissare la propria dimora nel cuore della moltitudine, in mezzo al flusso e riflusso del movimento, nel bel mezzo del fuggitivo e dell’infinito.” E così faremo noi.

Al mattino, la città comincia a scorrere verso il basso. Dalle strade, dai marciapiedi, dagli uffici e dalle università, le persone si riversano nelle bocche della metropolitana. La luce diventa artificiale, il tempo si contrae, centinaia di vite diverse si ritrovano a condividere un unico soffocante spazio. Il treno arriva con un respiro metallico, le porte si aprono, la folla entra.  Gregor è tra i primi a salire, tiene lo zaino su una spalla e gli occhi bassi, come se il pavimento lo accogliesse meglio degli sguardi sconosciuti. Si appoggia a una barra di metallo, rimugina sui pensieri intrusivi dell’alba, poi solleva lo sguardo. Davanti a lui una donna sistema i capelli dietro l’orecchio, Gregor la osserva per un istante e nota l’azzurro profondo dei suoi occhi, pensa che siano meravigliosi. Quella donna è Emma, è salita pochi secondi dopo di lui, stringendo la borsa contro il fianco. È in piedi, segue con il corpo i movimenti del treno. Alza lo sguardo, di fronte a lei un uomo guarda il telefono con aria assorta, Emma lo osserva distrattamente. Non fa caso alla sua pettinatura, ma nota la calma delle sue spalle, il modo in cui rimane immobile mentre il treno accelera, le trasmette sicurezza. Quell’uomo è Achille, ogni tanto solleva lo sguardo verso il finestrino, dove la galleria scorre scura e veloce, voltando lo sguardo si accorge di una ragazza seduta poco più avanti. Ha le cuffie nelle orecchie e osserva la gente nel vagone, Achille pensa che sia davvero bella, ma teme che pensi che lui la stia fissando; disegna, quindi, frettolosamente il suo volto nella mente e poi si volta, non vuole che lei si senta in imbarazzo, ritorna con lo sguardo sul suo telefono.  La ragazza è Lolita, ha le cuffie nelle orecchie ma in realtà non sta ascoltando nulla. non vuole che qualcuno le si avvicini. Osserva il riflesso della carrozza nel vetro,  cerca di mostrarsi sicura, tranquilla, anche se in realtà, come una sentinella è in allerta in caso di pericolo. Davanti a lei, un ragazzo con uno zaino, una donna pensierosa, un uomo con in mano un telefono. Li osserva senza giudicarli, sono soltanto persone che stanno andando da qualche parte. Il treno rallenta, per un attimo i loro sguardi si incrociano distrattamente. In quel breve silenzio, accade qualcosa di semplice ma potente: nessuno vede negli altri ciò che teme di vedere in sé stesso. Sono solo quattro vite, tra tante, che attraversano la città.  Il treno rallenta, le porte si aprono e la folla si muove, come acqua che esercita lo stato liquido. Gregor è tra i primi a scendere, cammina nel corridoio. La tensione allo stomaco non è scomparsa; non basta un viaggio di poche fermate per cancellare anni di giudizio, ma qualcosa si è incrinato. Nel vagone ha guardato altre persone e non ha visto difetti, ha visto vite. Fuori dalla stazione, respira l’aria della strada. Per un attimo, si accorge che per la prima volta dopo tanto tempo non sta trattenendo il fiato. Emma rimane seduta ancora qualche fermata. Nel finestrino il suo volto appare tra i riflessi della carrozza, i segni del tempo sono ancora lì. Mentre spia il suo riflesso impreciso si vede davvero bella, quelle rughe sono solo un piccolo dettaglio in un quadro che è anche tanto altro. Forse il problema non è il tempo, è lo sguardo con cui abbiamo imparato a misurarlo. Achille scende poco dopo, passa davanti a una vetrina che incornicia una pubblicità con protagonista un uomo senza capelli, percepisce il suo fascino e lui stesso va oltre quel dettaglio, che per la prima volta, gli sembra meno importante. Lolita risale le scale della metropolitana, la luce del giorno la investe all’improvviso. Sa che gli sguardi degli altri continueranno ad esistere, millenni di cultura maschilista non scompaiono in un istante ma, mentre cammina tra la folla, compie un gesto semplice: toglie e ripone nella borsa il cardigan che stava indossando. Il problema non è il suo corpo, è lo sguardo che gli hanno insegnato a temere, quello sguardo non caratterizza lei ma chi lo usa per ferire. Tra la folla nessuno dei quattro si accorge degli altri, sono tornati ad essere semplici passanti. Eppure, per un insignificante manciata di respiri, hanno condiviso gli stessi pensieri, senza saperlo. Le fragilità rimangono, perché il giudizio più severo non nasce solo dagli altri ma dallo sguardo che abbiamo imparato a rivolgere contro noi stessi. Uno sguardo costruito lentamente, tramite parole, modelli, educazioni, immagini che si depositano nella memoria come polvere sottile. Non basta cambiare immagine per liberarsene, bisogna spezzare le catene invisibili che insegnano a giudicare prima ancora di imparare a guardare. Solo allora, lentamente, diventa possibile qualcosa di immenso: accettare di essere uno tra gli altri uno, costruire nella consapevolezza della propria unicità la propria identità, in modo che quei tanti uno diventino molti che esercitano la virtù della gentilezza prima verso sé stessi e poi verso gli altri. Esistiamo in una vita tra molte, siamo un volto nella folla, la nostra più grande responsabilità è imparare, senza più trattenere il respiro, ad abitare noi stessi. Questo si rende necessario, in un tempo che ha scordato il valore dell’anima, inebriato dai luccichii frettolosi. La società moderna mette a dura prova chi cerca una dimensione in cui trovare il proprio modo di esistere, solo insieme, non divisi, possiamo ancora vederci per quello che davvero siamo e non prender parte a questo teatro di ombre.

articoli correlati

L’immagine senza qualità: sulla crisi della distanza nell’epoca della riproducibilità.

di Francesco Maria Bevilacqua  Che cos’è, propriamente, l’aura? Un singolare intreccio di spazio e di tempo: l’apparizione unica di una lontananza, per quanto questa possa […]

Il Panoptismo contemporaneo

di Alessandra Landi. Dire che viviamo nella civiltà dell’immagine è ormai un luogo comune. Più radicale e inquietante è riconoscere che l’immagine non rappresenta più […]

Fedora racconta: Storie che uniscono 

di Ludovica Stasi In un momento storico in cui la nostra vita e le nostre relazioni sono diventate sempre più frenetiche e digitali, fermarsi ad […]
chevron-downarrow-left