Lettore #8
di Alessandra Landi
Il mio rapporto con la lettura nacque dall’osservazione. Il tepore del mese di luglio, l’aria impregnata di salsedine, il lungomare della piccola cittadina di Sapri fu lo scenario in cui per la prima volta subii il fascino della lettura. Ricordo con particolare affetto quella piccola casetta rustica, proprio al centro della piazza, costruita come una casetta delle fiabe. Non era grande, ma bastava a contenere un piccolo mondo fatto di carta, inchiostro e sogni. Il legno profumava di resina e sole, consumato dal tempo e dalle mani gentili che ogni giorno aprivano le sue ante per offrire libri a chi sapeva ancora cercare storie. All’interno, le mensole ospitavano libri usati, ognuno con una vita già vissuta, una dedica sbiadita, una piega a ricordare una frase importante. I dorsi colorati spuntavano in ordine sparso, autentico, in un’armonia imperfetta ma viva. Entravo facendo particolarmente attenzione a distribuire il gracile peso del mio corpo sulla punta dei piedi, per evitare che il cigolio del pavimento potesse destare l’attenzione di quegli avidi lettori, così profondamente concentrati da sembrare più parte delle loro storie che dal mondo intorno a loro. Ero una bambina gelosa dei dettagli: mi destreggiavo tra le librerie e i cassoni di legno solo per osservare quel momento sacrale che precedeva la scelta di un libro. Vedevo il leggero solco che si creava tra l’inizio del sopracciglio e la fronte, il polpastrello che sfiorava con estrema delicatezza gli angoli delle pagine consumate e le pupille che correvano rapide come se stessero per svelare le risposte a tutte quelle domande esistenziali non ancora risolte. Mi chiedevo cosa fosse che li attirasse tanto, cosa poteva esserci in quelle pagine che non riuscivo a vedere. Quelle persone, così diverse tra di loro, avevano tutte in comune una cosa: la curiosità. Mentre cercavano la storia giusta, si distaccavano completamente dalla frenesia degli impegni, dalle telefonate non risposte, dai pensieri ricorrenti. Era come se, in quei minuti, il mondo si mettesse in pausa. Ogni titolo letto, ogni quarta di copertina sfiorata, era un piccolo tentativo di trovare sé stessi in mezzo a parole di altri. E in quell’atto semplice del cercare, dello scegliere, c’era una forma di resistenza dolce alla superficialità. Era come se il tempo rallentasse per permettere alla mente di ascoltare e la ricerca della parola giusta, quella in grado di accendere una luce interiore, diventava l’unica priorità.
In quel luogo così piccolo, ma così carico di umanità, le persone non erano solo lettori ma uomini in cerca di una bussola. Forse, senza saperlo, in quel silenzio condiviso tra scaffali e legno profumato, si facevano compagnia. Senza parlarsi, si capivano.
Fu proprio la viscerale necessità dell’oltre a indurmi ad aprire il mio primo libro: Harry Potter e la pietra filosofale di J.K Rowling. Avevo bisogno di qualcosa che mi portasse altrove, che mi parlasse in un modo diverso da quello che conoscevo. E quel libro, senza chiedermi il permesso, lo fece.
Ricordo la sensazione di scoperta, l’emozione crescente a ogni pagina e quella curiosità irrefrenabile che mi spingeva parola dopo parola, come se davvero ci fosse qualcosa da trovare. Hogwarts non era un castello lontano: era reale, così reale che quasi ne sentivo l’odore di legno antico, candele accese e pergamena. Mentre leggevo non ero più solo una bambina, ero parte di una storia più grande, piena di misteri e scelte da affrontare. Mi affezionai ai personaggi come ci si affeziona agli amici veri: Harry, Ron ed Hermione non erano solo frutto di fantasia di un’abile scrittrice, ma ragazzi con paure, difetti e sogni troppo grandi per la loro età, proprio come me.
Con il tempo la magia delle bacchette e degli incantesimi ha ceduto il passo a storie sempre più vicine alla vita quotidiana, dove l’umanità più cruda e l’anima spogliata da ogni artificio diventano le uniche protagoniste.
Fu proprio in quel momento di passaggio che incontrai Follia di Patrick McGrath. Fu una discesa lucida e disturbante nei territori più fragili e pericolosi dell’animo. È la storia di una passione ossessiva, che consuma lentamente ogni cosa, dalla ragione alla libertà. Ambientato in un ospedale psichiatrico nella campagna inglese degli anni 50, il romanzo mette in scena la struggente e letale storia d’amore tra la moglie dello psichiatra dell’ospedale, Stella Raphael, e Edgar Stark, artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferato.
Fu il primo libro a ridurmi in lacrime. Successe durante la descrizione della morte del figlio di Stella. All’epoca non sapevo codificare esattamente cosa mi stesse succedendo perché era come assistere a due realtà sovrapposte: da una parte la vicenda concreta, terribile, del bambino innocente e dimenticato, strappato prematuramente alla vita; dall’altra, i pensieri confusi e caotici di Stella. Ed io, da lettrice, mi muovevo tra queste due dimensioni come se le abitassi entrambe. Non capivo se stessi piangendo per il dolore della perdita, o per la discesa di Stella in un buio a cui non riuscivo a dar forma, ma che sentivo addosso. Quell’inquietudine non mi apparteneva ma la sentivo sulla mia pelle, come se la linea tra me e lei fosse sfumata. Chiusi il libro di scatto, incapace di proseguire. Avevo bisogno di stare ferma e lasciare che quel dolore, così estraneo eppure così mio, sedimentasse. Non sapevo allora cosa fosse l’empatia profonda, quella che ti prende alla gola quando meno te lo aspetti. Ma Follia mi ci costrinse. È così che cominciai a cercare storie che mi parlassero in quel modo: senza consolazioni, ma che raccontassero la verità. L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera fu il romanzo che più soddisfò la mia necessità di storie autentiche, capaci di raccontare la complessità e le contraddizioni dell’animo. Con Kundera imparai che la leggerezza può ferire quanto la gravità, che si può appartenere a qualcuno e restare irrimediabilmente soli. Leggevo di Tomàš, Tereza e Sabina, e più che seguire le loro azioni, sentivo scorrere i loro conflitti interni, scomponendo così le strutture dell’identità, del desiderio e della colpa. Mente e cuore si muovevano insieme, non sempre nella stessa direzione: fu proprio in quello sfasamento che riconobbi la vita. Durante la lettura, la matita diventava per me ciò che il pennello è per un espressionista: uno strumento istintivo, quasi viscerale. Tracciavo sottolineature disordinate, guidata non dalla logica, ma dal bisogno di afferrare parole in cui mi riconoscevo. Impugnare la matita in quei momenti aveva qualcosa di sacro. Era il tentativo di cercare me stessa tra le righe di qualcun altro, come segno di profondo contatto con ciò che stavo leggendo. Così capii quale fosse il vero senso della lettura.
Non sono cresciuta con un libro tra le mani, né appartengo a quella schiera di lettori che fin da bambini sapevano rifugiarsi tra le pagine come in una seconda casa. È stata una scoperta lenta, fatta di tentativi, abbandoni e ritorni. Con il tempo ho capito che non si leggono libri per mettere ordine al mondo, ma per imparare a stare dentro al suo disordine, è l’incontro con un’altra voce che ti abita per un attimo e ti costringe a guardare da prospettive che non avevi desiderato.
È l’empatia la più grande virtù che mi ha insegnato la lettura. Leggo per sentire, non per capire. Leggo per imparare a pormi le domande giuste, soprattutto quando so che non avranno risposta. Adesso, quasi senza accorgermene, sono diventata una di quelle persone che una volta osservavo in silenzio, in quella piccola libreria cilentana, con un misto di ammirazione e mistero. In fondo, è questo ciò che cercavo allora senza saperlo.
C’era qualcosa, in quel silenzio fatto di pagine sfogliate.
C’era e c’è ancora.