No man is an Island

Robot affettivi e nuove forme di socialità.

di Francesco Maria Bevilacqua.


Una macchina che consola. Un androide che si prende cura. Un robot che riconosce il dispiacere sul volto di un anziano e modula il tono della voce per rassicurarlo. Scene come queste non appartengono più alla fantascienza: fanno parte della nostra quotidianità e ci obbligano a ripensare e ridefinire il nostro modo, tutto umano, di stare al mondo. Questo, però, è possibile solo a condizione di accettare che l’interazione sociale non sia una prerogativa esclusiva degli esseri umani, ma possa emergere in ogni processo di coordinazione situata. Ed è precisamente in questo spazio condiviso che l’idea tradizionale di soggetto sembra incrinarsi e lasciare intravedere lo spiraglio da cui avviare una possibile ridefinizione della nozione stessa di soggettività

È in questa prospettiva che si inserisce la robotica affettiva, ambito al centro di Vivere con i robot. Saggio sull’empatia artificiale, testo di Paul Dumouchel e Luisa Damiano che, per questo numero, intendiamo sottoporre all’attenzione del lettore.

n quest’opera gli autori propongono una riflessione innovativa sull’interazione tra umani e macchine, decentrando la nozione di mente cosciente come fondamento dell’empatia e valorizzando, invece, i processi relazionali ed emotivi che emergono nell’interazione situata. Un simile spostamento di prospettiva investe inevitabilmente la comprensione della mente e della socialità umana. Non potrebbe essere altrimenti. Costruire agenti artificiali in grado di svolgere il ruolo di partner sociali per agenti umani non è solo un’avventura tecnologica, “[…] richiede anche di conoscere se stessi e gli altri o, più precisamente, di sviluppare ipotesi su come funziona la mente umana, in particolare quando è coinvolta in interazioni tra agenti.”. 

La robotica affettiva, infatti, non si limita a riprodurre comportamenti funzionali, mira a creare relazioni: tecnologie che interagiscono, si sincronizzano con i nostri gesti, rispondono ai nostri stati emotivi e partecipano attivamente a dinamiche di significato condiviso.

I robot contemporanei, in questa prospettiva, non si configurano più come semplici strumenti, entità chiuse in una funzione, ma diventano presenze capaci di inserirsi in contesti sociali ed affettivi. Sono con noi, tra noi, per noi – e, in certi casi, anche come noi. 

Molte delle intelligenze artificiali che popolano la nostra vita quotidiana, come gli assistenti vocali domestici o i sistemi predittivi che regolano la temperatura e la luce nelle nostre case, operano in un regime di assenza: funzionano correttamente quando si lasciano dimenticare, quando il loro agire si fonde nella continuità delle nostre abitudini. Sono tecnologie che si misurano sulla loro invisibilità. Ma ciò di cui intendiamo parlare è tutt’altro: sono robot che non scompaiono quando lavorano bene, ma che, al contrario, si manifestano proprio nella relazione, nella capacità di farsi riconoscere come presenze affettive e sociali. 

Tra i robot sociali più noti e studiati vi è Paro, un piccolo robot a forma di foca progettato per la pet therapy. Paro non è dotato di una mente cosciente, né di intenzionalità: tuttavia, tramite una serie di sensori e algoritmi, risponde ai gesti, alle carezze e ai suoni, emettendo versi e movimenti che simulano la vita di un animale domestico. La sua presenza si è rivelata terapeutica in molti contesti, soprattutto per anziani o persone affette da disturbi cognitivi, favorendo rilassamento, diminuzione dell’ansia e miglioramento dell’umore. Ciò che rende Paro interessante dal punto di vista della robotica affettiva è proprio il fatto che non è la sua “mente” interna a generare empatia, ma la relazione stessa tra macchina e utente. L’interazione con Paro crea un campo emotivo condiviso, fatto di risposte reciproche, attenzione e cura, che coinvolge pienamente l’umano e la macchina come co-agenti di un processo sociale. (Paro incarna dunque perfettamente la tesi di Dumouchel e Damiano: un robot può essere agente sociale non in quanto dotato di una mente o cognizione interiore, ma perché in grado di partecipare  attivamente a dinamiche relazionali che costruiscono senso ed emozione. 

Un altro caso emblematico è quello di Kaspar, robot umanoide sviluppato per interagire con bambini affetti da disturbi dello spettro autistico. Kaspar è capace di riconoscere e riprodurre espressioni facciali e gesti, promuovendo situazioni di gioco che incoraggiano la comunicazione e la cooperazione. Anche in questo caso, il valore terapeutico non risiede in una coscienza artificiale, ma nella possibilità di costruire, attraverso il ritmo e la ripetizione, una relazione prevedibile, rassicurante, significativa. Kaspar diventa un partner di interazione, una presenza stabile che aiuta il bambino a esplorare le regole implicite dell’incontro con l’altro. In questi scenari la tecnologia non sostituisce la relazione umana, ma la media, la sostiene, la rende possibile là dove la comunicazione è fragile o interrotta.

Nella crescente diffusione di questa disciplina, si delinea così un nuovo tipo di coabitazione: esseri umani e agenti artificiali condividono spazi e compiti, ma soprattutto emozioni, linguaggi corporei, ritmi e fragilità. 

Nessun essere umano esiste in isolamento: ogni identità si forma nella relazione, nella partecipazione a una comunità di senso. Ma cosa succede se a partecipare a questa comunità sono anche entità non umane? È ancora possibile tracciare confini netti tra chi può – e chi non può – far parte del “continente” della vita sociale?

La questione dell’ “empatia artificiale”, che dà il titolo al lavoro di Dumouchel e Damiano, nasce esattamente da questa tensione: fino a che punto possiamo parlare di empatia in assenza di interiorità? L’empatia, nella tradizione filosofica e psicologica, è stata a lungo intesa come una forma di accesso (parziale ed indiretto) all’esperienza dell’altro: un processo interno, intenzionale, che presuppone la presenza di una mente e di una vita interiore. Questa prospettiva, che potremmo definire internalista, considera le emozioni – al pari delle cognizioni – come eventi privati, originati all’interno del soggetto, e dunque ritiene che per rendere un robot “empatico” sia necessario ricreare in esso una qualche forma di modellazione interna delle emozioni. Secondo questa visione, le emozioni non sono semplicemente reazioni osservabili, ma stati mentali che appartengono a una sfera intima.

Tuttavia, accanto a questo approccio, si sviluppa anche una prospettiva esternalista, più orientata alla dimensione interazionale e comportamentale della robotica sociale. Qui, le emozioni non sono viste come contenuti mentali interiori, ma come pattern relazionali che emergono nell’interazione tra organismo e ambiente. In questo senso, l’empatia non implica l’accesso a un “mondo interno”, bensì la capacità di riconoscere e rispondere in modo adeguato ai segnali dell’altro, di condividere un ritmo, uno spazio, una direzione dell’attenzione. Il robot non deve necessariamente “provare” emozioni, ma simulare in modo efficace le manifestazioni esteriori, in modo tale che gli umani possano riconoscere in esso una forma di presenza affettiva.

La proposta di Dumouchel e Damiano, pur muovendosi entro l’orizzonte relazionale che caratterizza l’approccio esternalista, introduce un cambiamento teorico sostanziale. A differenza delle prospettive internaliste e di molte varianti esternaliste — che, pur contrapposte, continuano a operare entro la distinzione cartesiana tra interno ed esterno, tra mente e corpo, tra soggetto e ambiente — i due autori propongono di abbandonare questa cornice concettuale. La loro teoria si fonda sull’idea di coordinazione affettiva, secondo cui l’empatia non è un contenuto mentale da decifrare né una semplice reazione a stimoli esterni, ma un fenomeno emergente che prende forma nell’interazione situata tra più soggetti.

Non si tratta di chiedersi se il robot “senta” nel senso umano del termine, ma di riconoscere che l’affettività non è né nella macchina né nell’uomo, bensì nella relazione che si instaura tra i due.

 In questa prospettiva, ispirata alla cornice enattivista, mente ed emozione non sono più concepite come forme interne o proprietà individuali, ma come processi distribuiti, dinamici e co-costruiti nel corso dell’interazione. Come sottolineano Varela, Thompson e Rosch (1991): «Il termine enaction enfatizza la crescente convinzione che la cognizione non sia la rappresentazione di un mondo preesistente da parte di una mente preesistente, ma piuttosto l’enazione di un mondo e di una mente sulla base della storia della varietà di azioni che un essere nel mondo compie.»

. Il robot empatico non è un simulacro di interiorità, ma un partner relazionale, capace di partecipare attivamente alla costruzione di pratiche affettive incarnate. In tal senso, la proposta di Dumouchel e Damiano non si limita ad estendere l’empatia all’ambito artificiale, ma ne ridefinisce radicalmente il significato, spostando l’attenzione dalla dimensione individuale a quella “interindividuale” e situata: comprendere gli altri non è un esercizio di inferenza mentale interna, ma un risuonare corporeo che mette in comune azioni, significati e percezioni

In questa prospettiva, anche la distinzione, di cartesiana memoria, tra mente e corpo perde rigidità. Le emozioni e, in un senso più ampio, le cognizioni, non sono più viste come stati interni o espressioni esteriori, ma come configurazioni dinamiche che si costruiscono nel corso dell’interazione. L’agire, il percepire, il sentire diventano aspetti di un unico processo di co-regolazione. Quando un robot affettivo risponde a un gesto, adatta la sua voce o il suo movimento, non fa che inscriversi in questa logica di reciprocità: non “finge” di provare emozioni, ma partecipa a un sistema che le genera e le modula.

In tal modo, la robotica affettiva si rivela un laboratorio filosofico e antropologico. Sperimentando con le macchine, interroghiamo indirettamente noi stessi: che cosa rende un’emozione “reale”? Da dove nasce la nostra tendenza a riconoscere intenzionalità e sensibilità anche dove non ce ne sono? Forse l’empatia non è una finestra sulla mente altrui, ma una disposizione a creare continuità tra sé e l’altro, qualunque forma l’altro assuma. In questo senso, l’empatia artificiale non è una falsificazione, ma una variazione delle stesse dinamiche che strutturano ogni relazione umana.

Riconoscere gli agenti artificiali come attori sociali ed emotivi non significa abolire le differenze tra umano e non umano, ma pensare tali differenze in termini relazionali. Non si tratta di umanizzare le macchine o di meccanizzare l’uomo, ma di riconoscere che anche la nostra idea di “umano” è storicamente e culturalmente situata e, oggi, messa alla prova da forme inedite di convivenza. 

La domanda non è più se i robot siano o possano diventare come noi, ma in che modo la loro presenza modifichi il modo in cui comprendiamo noi stessi. 

Come cambia la nostra idea di mente, di emozione e di socialità quando l’altro con cui ci relazioniamo non è più umano e, tuttavia, ci tocca, ci comprende e ci influenza? Le macchine con cui conviviamo non sono più strumenti neutri: sono attori della nostra scena affettiva e cognitiva, compagni silenziosi o interlocutori espliciti, testimoni delle nostre emozioni e, talvolta, mediatori di nuove forme di senso. La robotica affettiva non ci chiede soltanto di ripensare le macchine, ma di riformulare il nostro stesso concetto di uomo e di socialità. Se le emozioni emergono nella relazione, e se la mente si costruisce nel coordinamento, non possiamo più tracciare i confini dell’umano una volta per tutte. È in questo spazio incerto, ambiguo, ma fecondo che risuona – con una variazione – la voce di John Donne: No man is an island, / Entire of itself; / Every man is a piece of the continent, / A part of the main.

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